Intervista a Giusy Barraco

Giusy Barraco è una campionessa italiana di nuoto paralimpico, autrice del primo posto nei 50 stile e terzo posto assoluto nei 50 dorso categoria S3 ai Campionati Italiani Paralimpici Invernali di Napoli 2015. È lei l’orgoglio azzurro che ci ha raccontato come il nuoto sia divenuto da attività riabilitativa un momento fondamentale della propria vita. All’età di tredici anni le è stata diagnosticata la Charcot Marie Tooth, una polineuropatia sensitivo-motoria che causa un indebolimento dei muscoli che consegue alla degenerazione delle fibre nervose motorie (fonte: www.aicmt.org). “Il nuoto ha cambiato la mia vita – ci dice Giusy – perché in acqua non ero più diversamente abile ma totalmente abile, soprattutto perché mi distaccavo dalla carrozzina. Ho cominciato a nuotare come una sfida con me stessa, e adesso mi devono fermare!”

Quando e perché hai cominciato a nuotare?

Ho iniziato per scopi terapeutici. All’inizio mi annoiavo, perché facevo sempre gli stessi esercizi, solo successivamente è nata la passione per questo sport. Quando ho ottenuto le prime medaglie mi sembrava un traguardo irraggiungibile, perché pensavo che il mio corpo non potesse fare niente con la mia disabilità. Il nuoto ha fatto nascere una nuova Giusy: combattiva, che non si fa mettere più i piedi in testa. Perché siamo tutti diversi ma nello stesso tempo siamo uguali, con gli stessi sogni e gli stessi obiettivi.

Nella tua esperienza, hai incontrato più resistenze culturali o barriere architettoniche per poter praticare il nuoto?

Entrambe, perché purtroppo nella mia città lo sport per le persone con disabilità non viene preso molto in considerazione e di conseguenza le strutture sportive spesso non sono attrezzate per ospitare una persona con disabilità. Nella mia città, Marsala, all’inizio non c’era nessuna società affiliata alla FINP e nella struttura in cui ho cominciato a nuotare, ad esempio, i bagni non erano accessibili. Per la società sportiva la mia era un’attività di riabilitazione e di conseguenza richiedeva un costo elevato. Io purtroppo economicamente non potevo permettermi quelle spese e ho dovuto chiedere aiuto, anche economico, ad amici e associazioni. È grazie a loro che sono riuscita a fare la prima gara. In generale c’è comunque questa mentalità di dover andare a chiedere: io ho dovuto dimostrare che per me non era un capriccio, che posso fare tutto, anche in carrozzina, perché la carrozzina può limitarmi in certe cose, ma volere è potere.  Per me è stata dura dimostrare le mie capacità e ancora oggi non è facile per una persona in carrozzina.

Di quali ausili hai bisogno quando ti alleni?

Ho bisogno di un’assistente che mi aiuti a spogliarmi e farmi la doccia. Basta anche una persona dello staff, non occorre una figura professionale specifica. Inoltre ho bisogno di una sedia che mi aiuti a scendere in acqua. Purtroppo nella piscina dove mi alleno adesso questa sedia non c’è e mi devono aiutare le persone dello staff anche per questo. C’è stato un momento, l’anno scorso, in cui ho dovuto sospendere gli allenamenti perché avevano chiuso la piscina di Marsala in cui mi allenavo. Per me era molto faticoso organizzare gli spostamenti per Trapani, dove avrei dovuto andare per allenarmi, e ho interrotto gli allenamenti. Questo ha causato un peggioramento della mia malattia, perché non mi potevo più muovere, così i dottori mi hanno spronato a ricominciare a nuotare. Per me il nuoto non è solo terapia, è la mia vita: grazie al nuoto ho iniziato a camminare in acqua, che per me è stata la gioia più grande. In acqua è come se corressi, non con le mie gambe ma con le mie braccia.

Quali ausili sono disponibili presso la struttura dove ti alleni?

Nella piscina provinciale di Trapani, dove mi alleno ora, non c’è la sedia, mentre nella piscina di Marsala c’era la sedia per scendere in acqua, ma il problema era la doccia: non era accessibile e io riuscivo a spostarmi solo grazie alla disponibilità delle persone che mi aiutavano. Un bagno deve essere accessibile in tutto, perché accessibilità vuol dire autonomia e lo sport è per tutti.

Per conoscere in che modo si sia organizzata la società con cui è tesserata Giusy per migliorare l’accessibilità dei propri impianti, abbiamo fatto alcune domande a Giuseppe Cipolla, Vicepresidente dell’Associazione Sportiva Aquarius.

Quanti atleti con disabilità sono tesserati o comunque si allenano con la vostra associazione?

Noi abbiamo 5 tesserati, compresa Giusy, ma nella struttura in cui ci alleniamo ci sono altri 13 atleti con disabilità. Questi ragazzi hanno diverse difficoltà: motorie, ma soprattutto cognitive e di carattere relazionale. Per lo più sono giovani, in una fascia compresa dai 12 anni fino ai 30 – 35 anni.

La vostra società sportiva è proprietaria degli impianti presso cui si allenano gli atleti? Se non è così, per la vostra associazione è stato difficile trovare degli impianti fruibili anche per gli atleti con disabilità?

No, la nostra società sportiva non è proprietaria delle strutture. Noi gestiamo due impianti: uno che risiede nel territorio del comune di Erice e l’altro nel comune di Trapani. L’impianto di Erice, di cui è proprietaria l’ex provincia, ha una vasca da 25m e profonda 1, 45 m; quello di Trapani, che appartiene al comune, ha una vasca da 33 x 21 m e profonda 2 m. Non è stato difficile trovare impianti accessibili perché in ambedue le strutture ci sono dei passaggi praticabili per persone con disabilità. Fra l’altro dalla strada fino alla struttura il percorso è abbastanza agevole, non ci sono affatto barriere architettoniche. In ambedue le strutture c’è un bordo vasca a scivolo. L’unico neo che si può evidenziare in entrambe le strutture è quello di non avere un elevatore per potersi immergere direttamente in acqua nel caso in cui ci siano soggetti fisicamente impossibilitati a poterlo fare. Solitamente l’istruttore o il personale che si occupa delle normali attività ludiche e didattiche, si offre per aiutare questi utenti, quindi dal punto di vista di frequentazione dell’impianto non ci sono state grosse difficoltà. Noi cerchiamo di rendere le strutture accessibili quanto più possibile.

Quanto può costare per il titolare di un impianto sportivo realizzare quelle modifiche che consentano di rendere accessibile la struttura a persone con disabilità motoria?

Per un elevatore, circa 5.000 euro potrebbero essere già sufficienti per poterlo allocare in entrambe le strutture. Non molto quindi. Occorrerebbe solamente questo.

Esistono degli incentivi pubblici o privati per questo tipo di interventi? Se si, come è possibile richiederli?

Noi avevamo tentato di partecipare ad un bando dell’Inail per accedere a dei fondi destinati all’acquisto di attrezzature di questo genere, ma era riservato alle persone con disabilità sul lavoro e pertanto non fu possibile praticare questa soluzione. In generale o la società interviene direttamente per l’acquisto di questi strumenti, oppure nel caso specifico potrebbero intervenire anche dei club privati con la donazione di fondi per l’acquisto di questi mezzi e ausili, che potrebbero aiutare non poco questo tipo di utenza.

Che lei sappia, in questo tipo di impianti oltre all’attività sportiva vengono svolte anche attività diverse da quelle sportive come ad esempio quelle riabilitative? Da un punto di vista meramente economico, effettuare dei lavori per rendere accessibile l’impianto può essere considerato vantaggioso?

 

Secondo noi assolutamente sì, perché si può diversificare molto bene l’attività in una vasca a seconda degli orari ed eventualmente è possibile rendere l’impianto fruibile per la riabilitazione, così come facciamo. Non siamo convenzionati con le strutture sanitarie però con i nostri istruttori cerchiamo di far fare attività motoria anche ai soggetti diversamente abili e lo facciamo in orari praticabili. Cerchiamo di sfruttare la vasca il più possibile ottimizzando il rapporto spazio in acqua – tempo a disposizione. Inoltre alcune volte, quando è possibile, integriamo i soggetti diversamente abili con i gruppi normodotati, in una prospettiva di sport come veicolo di integrazione.

Autore: Clizia Bruzchi

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